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Un'introduzione a Suor Angelica (seconda parte)


Avevamo concluso la prima parte di questo articolo scoprendo qualche punto in comune tra Suor Angelica e I Promessi Sposi. Può essere altrettanto interessante, però, esplorare alcuni collegamenti meno immediati di quello tra l’opera pucciniana e quella manzoniana. Ad esempio, tenendo conto del fatto che Puccini (sempre alla ricerca di nuovi linguaggi e spunti) venne sicuramente influenzato anche dal movimento verista, può essere presa in considerazione un’altra storia vicina a Suor Angelica: quella di Maria, in Storia di una capinera di Verga. Certo, la motivazione che spinge le famiglie a obbligare le due fanciulle a prendere i voti è completamente diversa, ma entrambe saranno intrappolate in convento senza la possibilità di vivere il proprio amore (che sia per Nino o per il figlio), cosa che le porterà alla follia e alla morte. La differenza sostanziale, però, è il modo in cui le due protagoniste vedono il mondo esterno e il convento. Maria non sopporta i “muri anneriti” e l’ambiente claustrale soffocante, opprimente e macabramente superstizioso; non sogna altro che vivere all’esterno, dove potrebbe essere libera di godere della luce e dell’aria che sembrano mancarle nel monastero di clausura (tutto questo anche prima della scoperta dell’amore per Nino). Per Suor Angelica è tutto l’opposto: il mondo luminoso e caldo, anche se poco vissuto dalla protagonista, è quello claustrale, mentre quello negativo, foriero di morte e da cui difendersi è quello esterno. Eppure le due storie sono davvero simili, soprattutto se lette attraverso le parole con cui Verga spiega la scelta del titolo, raccontando di una piccola capinera morta perché tenuta in gabbia da due “innocenti e spietati carnefici”, due bimbi che la nutrono e la trattano con amore, ma senza liberarla. Questo uccellino torna in mente all’autore quando gli viene raccontata dalla madre dei bimbi la storia che sarebbe diventata quella di Maria: “[…] una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto”.


All’incrocio tra letteratura, teatro e pittura si colloca La cella delle pazze (1884), di Giacomo Grosso, visibile alla GAM di Torino. Il dipinto, enorme, s’ispira alla scena più cruda e angosciante del romanzo di Verga, quel momento che, ancor prima che si compia, ossessiona Maria e contribuisce a farle perdere la ragione (portandola verso il proprio terribile destino). Il pittore sceglie di utilizzare grandi contrasti di luci e ombre per accentuare la drammaticità dell’evento. Questo, unito alle pose assunte teatralmente dai personaggi, contribuisce alla sensazione di essere davanti a un’istantanea scattata alla scena più drammatica di un’Opera. Il tema della monacazione forzata di ragazze madri, tra Ottocento e inizio Novecento, venne trattato spesso dagli artisti, in alcuni casi con opere controverse e…visivamente forti. È il caso di Voto contro natura, scultura di Salvatore Grita realizzata attorno al 1860/70 e conservata a Palazzo Pitti. La monaca, evidentemente incinta, è rappresentata quasi accasciata in un angolo, tra mura scrostate e squallide che sembrano alludere, gridando allo spettatore, al dolore e al senso di oppressione, prigionia e impotenza provati dal soggetto.

Perché Puccini scelse di scrivere tre Opere in un atto e riunirle sotto un unico titolo e cosa, in questa scelta, ha stupito e lasciato perplessi i critici? La moda degli atti unici era stata inaugurata in Italia da Cavalleria Rusticana e Pagliacci ed era arrivata in Germania portando alla composizione di opere come la Salome, l’Elektra e l’Ariadne auf Naxos di Strauss. Eppure, la decisione pucciniana si rivela unica e rivoluzionaria nell’accostare (e considerare indissolubilmente legati) tre soggetti estremamente differenti come quelli di Tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Una possibile spiegazione per questa scelta, scelta che ha portato generazioni di critici a fare paragoni interni al Trittico arrivando alla comune pratica di smembrarlo e ignorare l’originaria unità dell’Opera, è la convinzione alla base dell’estetica pucciniana: “Ci sono leggi fisse in un teatro: interessare, sorprendere e commuovere o far ridere bene”. Con il Trittico forse Puccini volle realizzare questo pensiero in un unico lavoro.


Suor Angelica fu una delle opere più amate da Puccini stesso, insieme a Madama Butterfly, entrambe opere accolte abbastanza tiepidamente dalla critica. La prima ebbe inizialmente un’accoglienza positiva, unica voce poco incline a riconoscerne la bellezza fu quella di Toscanini, fatto che portò a una profonda frattura tra i due artisti risanatasi unicamente dopo la storica interpretazione scaligera di Manon Lescaut del 1922, che restituì al direttore la stima del compositore. Successivamente, però, venne quasi dimenticata e solo ultimamente riscoperta, rivalutata e considerata tra le più all’avanguardia e originali del compositore lucchese, grazie a impasti timbrici innovativi e un equilibrio pacato e ripulito da ogni effetto superfluo che rendono il linguaggio pucciniano sorprendentemente moderno e considerato da alcuni critici “vicinissimo a Debussy per la cristallina chiarezza delle armonie”[1].

Il forte legame di Puccini con Suor Angelica era sicuramente dovuto anche al fatto che il soggetto fosse vicino all’esperienza personale del compositore, che aveva una sorella Madre Badessa nel convento di Monache Agostiniane a Vicopelago. L’atmosfera restituita dall’Opera è, quindi, quella vissuta dallo stesso Puccini durante le visite alla sorella e alle sue “cuffie”, come chiamava affettuosamente le monache con cui amava passare il tempo. Il profondo affetto per la sua “Monachina Iginia” è testimoniato dalle dediche autografe su spartiti regalati da Puccini stesso alla propria sorella e da lettere inviate, ad esempio, alla Casa Ricordi. In una di esse, datata Viareggio 19 aprile 1918[2], scrive: “Schicchi è finito. Scrissi a Tito [Ricordi] che mi mandasse copia del Tabarro e S[uor] Ang[elica]: e anche una bozza libretto S[uor] A[ngelica] per mia sorella monaca ma non ho avuto risposta e veduto nada”. Considerando che le tre opere avrebbero debuttato al Metropolitan il 14 dicembre dello stesso anno, è evidente che Puccini desiderasse inviare lo spartito e addirittura la bozza del libretto di Suor Angelica in anteprima alla sorella. Non dobbiamo dimenticare, in effetti, che la prima volta che l’Opera fu presentata ad un pubblico, per quanto ristretto e certamente di parte, fu proprio nel convento della sorella, accompagnata, con ogni probabilità, solamente dell’organo suonato dallo stesso compositore. Sicuramente mai nessuna rappresentazione fu tanto apprezzata e mai pubblico si immedesimò tanto quanto le monache che videro prendere forma un’Opera cucita su misura sulle loro vite.


di Carlotta Petruccioli

[1] Annarosa Vannoni, contributo Appunti per una lettura di Tabarro e Suor Angelica in Giacomo Puccini, Il Tabarro Suor Angelica Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 1998

[2] Lettera conservata al Puccini Museum – Casa Natale di Giacomo Puccini a Lucca

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